economia sociale di territorio

Nel grembo di questi cantieri di solidarietà vissuta, sparsi in tutta Italia, si ritrovano esperienze e persone che possono concorrere a dare nuovo slancio ideale e nuova vitalità al rinnovamento della politica italiana. Perché ciò succeda è però necessario che ciascuno faccia il proprio passo e si impegni a tradurre in forma e presenza politica quel vasto coacervo di progetti, idee e sperimentazioni che sono maturati nel seno della società civile, ma che sino ad oggi non hanno  trovato adeguata rappresentanza e ascolto nel mondo politico.

Nell’auspicare che ciò accada, sottolineiamo l’importanza di mettere al primo punto dell’agenda politica i temi dell’inclusione sociale e della protezione di lavoratori precari e disoccupati. Ciò presuppone, dal nostro punto di vista, una critica chiara e definitiva al credo ideologico neoliberista che ha dominato il panorama teorico e politico negli ultimi decenni. Tuttora imperante, il pensiero neoliberista é alla radice della crisi economico-sociale che stiamo vivendo e delle ricette di aggiustamento strutturale che, riproducendo le cause del dissesto, non cessano di causare precarietà, recessione, esasperazione delle disuguaglianze e decadenza del capitale sociale e dei beni comuni. Il neoliberismo, secondo il quale “non esiste la società, ma solo gli individui” e lo Stato deve limitarsi ad assicurare il buon funzionamento del “libero mercato”, è altresì responsabile della deriva ecologica e dell’ossessione per una crescita illimitata e predatoria che sta mettendo a repentaglio le risorse del pianeta e il futuro della specie.

Il nostro impegno per l’inclusione sociale implica, da questo punto di vista, un inequivocabile cambio di rotta. Implica una scelta esplicita a favore della redistribuzione dei carichi fiscali, con lo spostamento sui grandi patrimoni e sulle rendite finanziarie dei costi del riequilibro del disavanzo dei conti pubblici e l’applicazione di un reale sistema di progressività dei prelievi fiscali in relazione alla fascia di reddito. Implica quindi una strategia di copertura del debito pubblico basata non sullo smantellamento delle garanzie residue delle fasce più deboli, sul taglio lineare della spesa sociale o sulla svendita dei beni artistici, ma sul rilancio dei fattori di coesione sociale, sulla lotta all’evasione fiscale, sulla razionalizzazione degli sprechi burocratici, sull’aumento di efficienza e produttività dell’amministrazione pubblica, sulla valorizzazione del patrimonio pubblico e, naturalmente, sul rilancio delle potenzialità imprenditoriali nazionali, che a dispetto della congiuntura restano considerevoli. Un orientamento altrettanto dichiarato esprimiamo a favore di un nuovo quadro normativo del mercato del lavoro, che semplifichi la contrattualistica esistente e riduca la girandola del lavoro precario, perseguendo quello che l’Organizzazione Mondiale del Lavoro chiama un “lavoro decente”. Il che vuol dire, prima di ogni altra cosa, lavoro ragionevolmente stabile nel tempo. In termini di economia politica tutto ciò significa rilancio della domanda e recupero del potere acquisitivo dei salari e dei redditi più bassi, in un quadro istituzionale che deve vedere ripristinati un governo frutto di elezioni democratiche, il valore del parlamento e la sua ordinaria funzione legislativa, ma che deve vedere anche ridimensionato il costo del funzionamento della rappresentanza politica.

D’altro canto il nostro Paese non può realisticamente generare inclusione sociale -obiettivo prioritario di ogni politica economica virtuosa – se non dispone di sufficienti opportunità di lavoro e di un’imprenditoria in grado di offrirle. Tali opportunità devono scaturire da una politica premiante le imprese più socialmente ed ecologicamente responsabili; dal sostegno, cioè, alle aziende capaci non solo d’innovare e mantenersi tecnologicamente all’avanguardia, ma anche di generare alta intensità di mano d’opera non precaria, radicandosi sul lungo periodo nei territori e intrattenendo essi e con i lavoratori una relazione di reciproca responsabilità sociale. L’orizzonte a cui guardiamo è quindi quello di un’economia sociale di territorio, il cui presupposto essenziale é l’impegno dell’azienda al radicamento nei luoghi e al rispetto della dignità del lavoro, a fronte dell’impegno degli enti pubblici a maggiori agevolazioni fiscali, semplificazioni burocratiche e detassazioni.

Economia sociale di territorio non é però solo questo. E’anche riscoperta delle pratiche migliori del mutualismo, della cooperazione di lavoro e consumo, del credito cooperativo, di cui è ricchissima la nostra tradizione storica e da cui generazioni di italiani hanno tratto reddito, reti di prossimità e identità sociale. Economia sociale di territorio é anche riconoscimento dei potenziali di generazione d’impiego non tradizionali legati allo sviluppo delle cooperative sociali, della finanza etica, del commercio equo e solidale, dell’housing sociale, delle produzioni agricole biologiche. Cioè delle forme di vita economica considerate abitualmente marginali o alternative. Forme di vita che hanno saputo invece dimostrare all’atto pratico come una motivazione di carattere etico-sociale possa tradursi in concreto fattore produttivo, capace di innescare occupazione, inclusione e scambio economico, senza sacrificare valori sociali e ambientali.

Economia sociale di territorio,  d’altro canto, vuol anche dire recupero del ruolo strategico degli enti locali. Essi debbono poter disporre delle risorse necessarie per implementare opere pubbliche, servizi e programmi di promozione dell’innovazione, in una logica di welfare territoriale capace di riscattare competenze e protagonismi delle comunità locali e di garantire la manutenzione e la riqualificazione ambientale che incrementano, tra le altre cose, la capacità competitiva dei nostri territori sui mercati globali.

Economia sociale di territorio è insomma un progetto intimamente connesso ai contesti locali e alle politiche attive del lavoro disegnate per sostenere tutti i soggetti che, a prescindere dalla natura giuridica –pubblica o privata, for profit o non profit-, sono seriamente impegnati in azioni di sviluppo locale. L’opera di questi attori deve potersi realizzare anche mediante formule inedite, quali ad esempio imprese sociali costituite ex novo come partneship societarie miste tra attori profit, non profit e pubblici. Esse potrebbero nascere come entità senza fini di lucro appositamente per dare risposta alla domanda di occupazione di un territorio e in ragione di tale specifica finalità godere di convenzionamenti e corsie preferenziali nell’aggiudicazione di appalti. Non è infatti utopico pensare che si possa aprire tra Stato e mercato un’area di economia sociale di significative dimensioni, configurata come spazio economico pubblico distinto da quello statale e governata da finalità diverse da quelle della massimizzazione del profitto; uno spazio riconosciuto da una nuova e specifica normativa, rispettoso dei diritti dei lavoratori, aperto alla compartecipazione di attori diversi gli uni dagli altri per origini e finalità e tuttavia concordi nell’investire congiuntamente in società miste aventi come obiettivo la creazione di occupazione per precari e disoccupati. Tali partnership, alimentate da “capitali pazienti”, cioè non interessati a ritorni rapidi e lucrosi, potrebbero operare nei settori della cura del patrimonio artistico, della manutenzione urbanistica e ambientale, delle opere di riassetto idro-geologico, del riciclaggio dei rifiuti, oltre che nel tradizionale campo dei servizi alla persona.

Ciò non preclude l’introduzione di misure di ammortizzazione sociale, come il reddito minimo garantito a favore di disoccupati, delle fasce estreme del disagio sociale e di tutti coloro che non riuniscono le capacità psico-fisiche minime per lavorare sotto contratto. E nemmeno contraddice gli interventi pubblici nel settore dell’assistenza richiesti da più parti, quali l’attivazione dei livelli essenziali di assistenza o il finanziamento del fondi nazionali per le politiche sociali e la non-autosufficienza. La nostra visione, infatti, pur riconoscendo il ruolo fondamentale della società civile che noi stessi rappresentiamo, si colloca lontano dalla sussidiarietà di stampo neoliberista, sempre più defraudata di opportunità e di risorse, propugnata da altre forze, e presuppone che lo Stato non rinunci a un ruolo centrale nella regolazione e nella programmazione economica nazionale, nell’indirizzo dei settori strategici, nel sostegno della ricerca, nella difesa dei beni comuni e nella garanzia dei livelli minimi di servizio su tutto il territorio nazionale. La sussidiarietà non può essere l’espediente nel nome del quale lo Stato si ritira dai proprio impegni. La sussidiarietà è un valore positivo fintantoché non diventa pretesto per una politica di progressiva sparizione delle risorse destinate al welfare. Per operare in maniera funzionale al benessere del Paese, lo Stato non deve abdicare. Deve piuttosto rivedere il funzionamento dell’amministrazione pubblica, mediante un processo di sostanziale rinnovamento delle procedure di formazione dei dirigenti, organizzazione interna ed erogazione dei servizi.

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