le risorse della società civile

Guardando retrospettivamente a quanto è accaduto in Italia negli ultimi decenni non si fatica a comprendere le ragioni della situazione attuale e il motivo della disaffezione popolare che oggi colpisce la politica, i partiti e le istituzioni nazionali. Ripudio dei partiti e discredito della politica sono fenomeni ben noti e ormai universalmente riconosciuti. Sono al cuore della crisi fiduciaria che ci attraversa. Sono i sintomi della caduta di credibilità che investe larga parte del ceto politico per effetto della sua perdita di rappresentatività sociale, del suo distacco dal territorio, del suo arroccamento a rango sempre più chiuso e autoreferenziale. La passività, il qualunquismo, la spoliticizzazione, l’assenza di ricambio generazionale, così come per contro la vibrata protesta di migliaia di “indignados” o il dirompente emergere di nuovi movimenti politici e d’opinione, sono tutti segnali che stanno lì a testimoniare la divaricazione sempre più ampia fra i partiti e la società italiana.

Il divorzio tra società civile e partiti, e più in generale l’empasse del processo di rigenerazione della politica e dell’economia italiana, hanno avuto varie conseguenze. Tra queste una delle più rilevanti è stata il ritiro dalla politica nazionale di gran numero di attori, che pur nutrendo sincera passione per i destini del Paese e pur essendo testimoni in prima persona di molteplici e vivide forme di cittadinanza attiva, da anni hanno tuttavia scelto di mantenersi alla larga dalle sezioni di partito per agire il proprio impegno civile in altro modo: partecipando ad amministrazioni e liste civiche locali, dedicandosi ad attività socialmente utili, promuovendo fondazioni e imprese sociali, oppure semplicemente facendo il proprio dovere nella sfera lavorativa. Ne è così scaturita una sorta di diaspora dalla politica nazionale che costituisce l’altra faccia della medaglia -se vogliamo la faccia meno nota- della deriva dei partiti. La diaspora un risvolto positivo certamente l’ha avuto: ha fatto sì che molte intelligenze e molte energie si siano riversate nelle opere di cura del territorio e  promozione sociale messe in atto dalla società civile organizzata. Ha cioè travasato linfa preziosa in una miriade di realtà locali che fanno della cittadinanza attiva e della prossimità una pratica quotidiana: associazioni di volontariato, cooperative sociali, centri di primo ascolto, botteghe di commercio equo, gruppi di acquisto solidale, comitati di tutela del territorio, enti di cura della persona, ong, fondazioni di partecipazione, associazioni civili di lotta alla mafia, organizzazioni di consumo critico.

Il lavoro molecolare di questo multiforme insieme di soggetti ha apportato un contributo d’inestimabile valore alla tenuta della società italiana. Ha infatti mantenute annodate le trame di una coesione altrimenti a rischio di preoccupante decadenza. Se le nostre città e le nostre periferie non si sono ridotte in questi anni a una mera giungla di egoismi corporativi gli uni contro gli altri armati, ciò si deve in misura non secondaria a questi soggetti, che non hanno smesso di credere nel bene comune e di praticare gli ideali della fraternità e della giustizia nella vita di tutti i giorni. In tempi di capitalismo onirico ed edonismo finanziario dilaganti, sono stati loro a farsi carico di larga parte dei bisogni lasciati inevasi da uno Stato sociale in ritirata. Senza medaglie al valore e senza speciali ricompense, loro hanno garantito cure e affetti alle persone più deboli e sfortunate: disabili, anziani, carcerati, disoccupati, emarginati. Senza grandi premi, e spesso senza riconoscenze, loro si sono accollati i crucci delle famiglie di migranti e richiedenti asilo politico. Senza tante cerimonie al valore, loro hanno dato vita agli interventi di cooperazione e commercio equo realizzati nelle periferie più affamate di Africa e America Latina, così come alle campagne di mobilitazione riguardanti lo stato drammatico dell’inquinamento dei suoli e dei mari, lo scioglimento dei ghiacciai, il surriscaldamento climatico, il degrado delle acque, della biodiversità, delle risorse ittiche. Lo hanno fatto senza atteggiamenti nostalgici e senza troppe lamentazioni, determinati dalla volontà di sperimentare alternative innovative, credibili, percorribili nella quotidianità. E lo hanno fatto dando vita, in più di un caso, a laboratori fecondi di un modo nuovo di vivere la relazione tra società ed economia.

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